La chiave a stella



LORENZO BARBERIS

“Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono.”

“La chiave a stella” viene scritta da Primo Levi nel 1978, e nel 1979 l’opera vince il Premio Strega. Per certi aspetti si ricollega alla “letteratura industriale” degli anni ’60, anche se per altri – il costante parallelo tra lavoro del montatore e quello dello scrittore, per esempio – dimostra di avere una poliedricità di stampo postmoderno.

Anche la struttura è particolare: non un romanzo lineare, ma una serie di capitoli che funzionano come racconti a sé stanti, e che però, composti, ricostruiscono la figura del montatore di gru (e altre strutture industriali) Libertino “Tino” Faussone. La citazione finale di Tifone, in cui Conrad spiega come il Capitano MacWhirr nasca dalla somma di tutti i lupi di mare conosciuti in una vita, fa intendere come Faussone sia la somma di reali tecnici conosciuti da Levi nel corso della sua vita. Non è casuale nemmeno il fatto di scegliere per il parallelo un esempio di letteratura avventurosa: è un modo per sottolineare la volontà di mostrare il lato avventuroso, a tratti rocambolesco, del lavoro di montatore.

In questo c’è la distanza dalla letteratura industriale “classica”: questa mostrava maggiormente i problemi sociali ed economici connessi alla condizione operaia, mentre qui è centrale la fascinazione per il lavoro, e in particolare il lavoro manuale, o comunque concreto: il “montatore di gru”, il chimico come “montatore di molecole”, e lo scrittore come “montatore di parole” (con una chiara riflessione metaletteraria che percorre tutta l’opera: si tratta del romanzo con cui Levi abbandona il lavoro di chimico per diventare scrittore a tempo pieno, tema che appare anche all’interno dell’opera nei suoi discorsi con Faussone).

Questo tema portante dell’opera – da cui la nota citazione, spesso riportata, per cui amare il proprio lavoro è la migliore approssimazione terrena della felicità – è ovviamente molto significativa in rapporto al Levi testimone del Lager, il cui orrore era connesso (da lui stesso) alla scritta d’ingresso di Auschwitz: “Il lavoro rende liberi”. Lì era blasfemo rovesciamento, un modo sarcastico dei nazisti di parafrasare il suo contrario, “lasciate ogni speranza voi ch’entrate”: qui, invece, Levi mostra la verità dell’affermazione – se rettamente intesa – tramite Libertino Faussone. Molto significativo il nome: se Faussone è rimando alla piemontesità (e alcuni ci vedono un rimando a “Faus”, falso: sempre nel segno postmoderno della falsificazione graduale della narrazione, nello stratificarsi di deformazioni dei vari narratori), Libertino è esplicitamente un rimando alla libertà: il padre avrebbe voluto chiamarlo “Libero” (vedi passo di p.82), ma gli era stato impedito dal segretario comunale fascista che lo costrinse a ripiegare su Libertino. Naturalmente in tutto c’è una forte componente metaforica, perchè Faussone (che è anche un po’ libertino in senso proprio: cambia ragazza col cambiare del paese, non riuscendo a mettere radici) non è totalmente liberato dal suo lavoro – che pure ha una forte componente positiva.

La collocazione nell’URSS industriale di due lavoratori del mondo capitalistico come Faussone e Levi (tra l’altro oggi significativa per cogliere come la divisione dei “due mondi” non fosse così netta e le relazioni industriali fossero fitte e ordinarie) conduce implicitamente anche, sullo sfondo, un raffronto tra i due modelli preminenti, nessuno dei quali libera pienamente l’uomo lavoratore.
L’ambientazione della cornice è infatti nei pressi di Sverdlovsk, in Russia, complesso industriale dove si trovano sia il narratore di primo livello (che in sostanza possiamo identificare con l’autore, Primo Levi – egli stesso era stato effettivamente in Russia a Togliattigrad), sia quello di secondo livello, lo stesso Faussone, che narra le sue vicende (che poi Levi trascrive).
Le avventure di Faussone in giro per il mondo – paesi arabi, India, Alaska, Africa – mettono innanzitutto in evidenza la sua abilità tecnica, in grado di risolvere, o almeno affrontare (spesso è sconfitto da varie cause esterne: la natura, la corruzione, la superstizione, il suo stato d’animo inadatto...) il problema del momento.

Sullo sfondo però emerge gradualmente un ritratto del protagonista. Faussone, trentacinquenne, è figlio di un calderaio piemontese, un “Magnino” come lui stesso dice, e dal padre ha imparato i rudimenti artigianali del lavoro. Trasferitosi poi alla Lancia – contro il volere del padre – ha però poi rifiutato il lavoro di catena di montaggio, passando al lavoro più libero del tecnico montatore, che richiede una notevole intelligenza, per quanto “manuale” (Faussone pensa e “parla” anche con le mani). Emergono le sue frequentazioni irregolari con le ragazze, la sua difficoltà di legarsi a una sola, pur a volte innamorandosi a suo modo.

“Meditato con malizia”, la storia d’incipit (apparsa sulla Stampa nel 1977 come racconto), mostra la superstizione di un paese arabo dove i lavoranti fanno una fattura al proprietario, “Clausura” invece è un racconto più nettamente tecnico, il più “tipico” della serie, mentre in “L’aiutante” narra dell’incontro tra Faussone e una scimmia (con ovvia riflessione “darwiniana” implicita), “La ragazza ardita” introduce la fidanzata con cui Tino ha un continuo tira e molla, in “Tiresia” invece abbiamo un primo racconto di Levi a Faussone, ripreso dalla cultura classica, sulla duplice natura sessuale dell’indovino (che, esplicitamente, è la doppia natura di scrittore e chimico di Levi: “mi vorrà mica dire che Tiresia è lei” intuisce alla fine Faussone, ironico).

“Off shore” è di nuovo una storia più puramente tecnica, in Alaska (ma appare il senso del titolo: “la chiave a stella appesa alla vita, perché quella è per noi come la spada per i cavalieri di una volta”: il tecnico è il vero eroe della letteratura moderna), che prelude poi a “Batter la lastra”, il ricordo del padre. Tra l’altro, in una delle sue riflessioni, Levi rimprovera garbatamente a Faussone il suo pensare per metafore, derivato dal padre che è, verghianamente, uomo di proverbi alla Padron ‘Ntoni: “con le similitudini bisogna stare attenti, perché sono poetiche ma dimostrano poco”. Ma è, evidentemente, quello che nel romanzo fa anche Levi col rapporto tecnico / letterato (a iniziare dall’incipit).

In “Senza tempo” invece Tino evoca il proprio primo lavoro, in montagna, e un sabotaggio dei francesi di un suo lavoro russo in “La coppia conica” (parlando della causa ora in corso Faussone dichiara:  “so come finisce quando le cose di ferro diventano cose di carta: storta, finisce.”, che ha un plausibile valore meta-letterario su questa trasposizione).

Il brano finale, “Acciughe”, è di nuovo come “Tiresia” un racconto di Levi, ma questa volta del Levi “chimico” e non “letterato”. Levi racconta del suo attuale scontro con l’istituto tecnologico di Sverdlovsk: il suo ultimo lavoro, poi diverrà solo scrittore, e la prima storia sarà quella di Faussone. Il chimico è come il tecnico montatore: solo che monta e smonta cose molto piccole. Egli si occupa di vernici ed è qui per una questione di una vernice che non funziona bene.

Il racconto è spezzato da un ritorno in patria di Levi, che porta un pacco di Faussone alle due zie, già evocate nelle storie.“Le zie.”racconta di questa visita alle due tipiche figure piemontesi, quasi gozzaniane, che appaiono evocate sporadicamente dal tecnico nel corso dei suoi racconti. Rappresentano un mondo passato, desueto, che ormai ha perso i contatti con Tino. In qualche modo, potrebbe evocare una opposizione simbolica tra la vecchia Cit Turin, un vecchio Piemonte che scompare (come quello rurale-artigianale del padre), e la nuova Torino tecnoindustriale, proiettata sul mondo.

Poi Levi conclude il suo racconto, in cui dimostra la sua abilità tecnica di investigazione chimica, quasi alla Holmes (vicina a quella che traspare in certi brani del “Sistema Periodico”), e Faussone – ammirato nel suo modo burbero - conclude consigliandogli di non “chiudere bottega”: ciò che si fa con le mani ha un vantaggio sulla scrittura puramente teorica.



Particolare è però il lavoro sulla scrittura qui operato da Levi, che ha riprodotto qui il discorso di un moderno tecnico piemontese come Faussone: un mix di italiano corrente (Faussone ha una cultura generale da scuola media, di cui diffida), di linguaggio tecnico, di piemontesismi. Il tutto mal amalgamato, come dichiara Levi fin dalla prima pagina: “Non è un gran raccontatore, anzi...”. Un narratore infedele, a volte per eccesso, a volte per difetto, e al tempo stesso monotono e disorganico. Levi in fondo in questo modo vuole tessere un elogio della scrittura come tecnica, che Faussone appunto non possiede; e mostrare a un contempo la propria abilità tecnica nella “regressione stilistica” (con, come detto, la consapevolezza postmoderna che appare spesso, e lo distanzia da un Verga). Purtroppo, va detto, ciò è il limite anche della leggibilità del romanzo per un lettore meno ben disposto, perché il ritmo diviene – scientemente – faticoso, disorganico, episodico. Nel complesso, comunque, un bell’affresco del Tecnico come eroe moderno, e un romanzo importante nella costruzione del discorso di Levi, a fianco degli altri scritti “del tempo di pace” che, come “Il sistema periodico” o le “Storie naturali”, completano la visione dell’autore spesso limitato alla – pur centrale, chiaramente - letteratura “di memoria”.

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