La morte di Mercurio Loi.


LORENZO BARBERIS

Con “La morte di Mercurio Loi” si chiude al sedicesimo capitolo l’innovativa serie di Alessandro Bilotta che ha lasciato un indubbio segno sul fumetto italiano.

Il numero conduce la vicenda a una conclusione prevedibilmente non lineare, con numerose citazioni interne, che richiedono per un pieno apprezzamento una completa rilettura dell'opera. 

(Disclaimer: qui tenteremo di individuarne almeno alcune: quindi, pur non essendoci particolari spoiler sulla trama "di primo livello", l'articolo è da leggere dopo il fumetto.)

Il tema prevalente pare essere quello della circolarità, connesso a quello della "morte" del personaggio e della serie; ma sono di conseguenza ripresi anche molti altri temi portanti.

La copertina di Manuele Fior, nella sua consueta eleganza, mostra un Mercurio eternato davanti allo sguardo di spettatori moderni armati di smartphone, ricorda da vicino il Doc Manhattan di Watchmen dopo la sua trasformazione atomica. 

La trasmutazione alchemica di Mercurio lo trasforma invece in divinità dorata, seguendo la valenza de "Il colore giallo" come suo colore tipico, ribadita in tutto il corso della serie: colore della detective novel nella sua accezione italiana (Loi riprende Holmes per certi versi, oltre a Batman, che è comunque un'evoluzione fumettistica di tale archetipo), ma anche elemento di solarità.



La prima tavola riprende la prima tavola del primo numero della serie, "Roma dei pazzi", e come allora appare accogliere il lettore alla ricerca di Loi, in un clima totalmente mutato. Il disegnatore è lo stesso, Matteo Mosca, che aveva firmato anche il numero in bianco e nero delle storie: un elemento che rinforza la circolarità evocata. Il suo segno, accurato e minuzioso, è perfetto per la ricchezza di dettagli dell'episodio, che ha un "secondo piano di lettura" più denso del solito.

Ritorna anche Francesca Piscitelli, colorista del primo numero e tra le principali della serie (soprattutto, de "Il colore giallo": l'albo che affronta il tema del colore in modo più centrale).

Quasi ogni sequenza pare rimandare a un doppio piano di lettura, come appunto il già citato Watchmen: se là era il fumetto supereroico ad essere decostruito, Mercurio Loi decostruisce con tecniche analoghe il fumetto bonelliano. Un tratto già presente nella serie, ma che appare qui più accentuato.



"Vorrei dare uno sguardo alle cose del professore: magari troviamo un dettaglio..." dice infatti Farnese in 6.i: ma  è evidente che la sua indagine è anche quella del (ri)lettore del personaggio, che scava nell'opera, ormai chiusa, per coglierne il senso recondito.

E infatti, simmetricamente, la tavola si chiude in 6.v con la statua scheggiata della ballerina, ricorrente nella serie, rimando alla morte di Ercole (il primo maggiordomo, la prima vittima della furia di Tarcisio).

La valenza simbolica dell'opposizione cromatica tra giallo e viola, (teorizzata ne "Il colore giallo") ritorna potente in 8-9, dove ormai Ottone è totalmente immerso in una luce violacea, negativa. 9.v è di nuovo una vignetta "alla Watchmen", ovvero con due piani di lettura, letterale e simbolico: l'immagine di Ottone è decostruita dal riflesso sul metallo parzialmente opaco, ma è tale anche per l'ormai totale crollo mentale del personaggio.

La sequenza 11-16 crea il set up dell'oscura profezia che avrà il suo pay off nel finale. Mercurio del resto era già morto apparentemente in "A passeggio per Roma", il labirintico numero 6 strutturato come un librogame, e quest'albo per certi versi riecheggia tale labirinto, non strutturandolo però più in quella forma "ludica". 

Torna inoltre il tema, qui evocato e poi troveremo più volte realizzato, del morto immerso in una pozza di sangue, tema visivo macabro ricorrente nella serie. Torna pure il tema del boia, che qui si conferma in ottima e distruttiva salute. Ma ormai non è più l'ossessione di Ottone, in preda alla definitiva tramutazione alchemica.


La sequenza 17-24 introduce il Provvidentismo Stoico (o Storico, come deforma non a caso il giovane Dante): torna il tema della setta ridicola e inquietante a un tempo, che qui pare rimandare alla poetica manzoniana del provvidenzialismo cristiano - "stoico" nella sua passività ideale - calato in un romanzo storico (Mercurio Loi è ambientato verso il 1825, anni in cui il grande romanzo nazionale italiano passa dal "Fermo e Lucia" del 1821 all'edizione ventisettana). L'idea di opere alla ricerca "del senso della vita" pare una potenziale ulteriore allusione ironica al Manzoni, in opposizione al Loi in cui Bilotta, in definitiva, non vuole offrire un senso prefissato ma la voluta peregrinazione labirintica delle Passeggiate.



In 24.v si stabilisce il tema della pluralità dei Mercurio Loi che apparirà nelle pagine seguenti, e che è l'idea portante dell'albo. Già nella fumettisticamente archetipa morte di Superman (1992) si era assistito a una quadruplicazione dell'eroe dopo la sua morte: e proprio quattro saranno i possibili eredi, a partire dal giovane Dante, ragazzino salvato da Loi già nelle prime pagine del numero de Le Storie del 2015, riapparso poi ne "Il circolo degli intelligentissimi" e quindi sempre più centrale.  

L'imitatore inetto di Loi, che qui diverrà un suo impostore, appare in 25 (il personaggio era apparso dal terzo numero, "Il piccolo palcoscenico"); il Camminatore trovato da Torquato Rosini appare un alter ego potenzialmente plausibile. La sua perdita di memoria esclude sia un impostore intenzionale, e pare quasi un riferimento possibile al caso dello Smemorato di Collegno (Bruneri tra l'altro era una persona di scarsi studi, mentre Canella un intellettuale, come Loi...).



Il quarto alter-ego che entra in gioco a un terzo dell'albo (33) è il Loi più plausibile (tra l'altro, meta-letterariamente sta narrando le proprie storie) ma la lunga barba ci induce a guardarlo con lo stesso sguardo dubbioso dei vari comprimari, a partire da Bavari, il direttore di Castel Sant'Angelo già incontrato nei primi numeri (questo Arkham Asylum della Roma Papalina ritorna spesso in Loi). Anche Leone e Adelchi (nome manzoniano, tra l'altro) hanno lo sguardo perplesso su Mercurio redivivo, sguardo che riflette quello del lettore, che ci rimane anche dopo la tonsura.

Tarcisio è ormai sempre più stigmatizzato dal colpo di Camillo Caccia (n.7, "La testa di Pasquino"), mentre gradualmente il rapporto tra lui e Ottone va a invertirsi di dominanza.

La scelta delle armi in 41 rimanda a Pulp Fiction di Tarantino, dove la scelta della Katana da parte di Bruce Willis (dopo l'indugio su una mazza da baseball e una sega elettrica) aveva valore programmatico di ricerca della via più improbabile e quindi spettacolare (un precetto che, in modo totalmente differente, segue anche Mercurio Loi: cerca l'improbabile, ma più per speculazioni filosofiche che per l'immediata soddisfazione del lettore). 

Con la consueta impeccabile progressione degli eventi tutti e quattro i presunti Loi vengono condotti di fronte al Giudice-Nano che avevamo già visto nel primo numero (nella costruzione di questa circolarità il ritorno all'inizio della serie è cruciale e più insistito dei rimandi, pur presenti, agli altri albi). 


L’impostore palese vince così il contenzioso sull'identità perché ha acquisito legalmente il nome; ciò fa pensare alla “tragedia dello stato civile” del Fu Mattia Pascal secondo Benedetto Croce: la Legge iniqua, nella sua stolidità papalina, accoglie il falso Loi come legittimo, come fa anche Farnese.

La bassa statura è certo simbolica della piccineria di questa ingiusta giustizia pontificale, ma è anche un rimando al tema diffuso del bambino-prodigio come "nano", mostruoso adulto in miniatura, più volte affiorante nella serie (in particolare nella dicotomia Dante-Galatea, ma non solo). L'Enfant Prodige del resto si collega anche all'ossimoro dell'Idiot Savant, quale per certi versi è lo stesso Loi.

Giunti a due terzi dell'albo, Dante però accetta il candidato più plausibile come Mercurio Loi (64), spingendo anche il lettore a una dubbiosa accettazione. Da notare che nelle pagine immediatamente precedenti Leone ha teso un tranello, offrendo del latte a Loi, che correttamente dice che solitamente è Dante a berlo (ha abbandonato l'usanza probabilmente dopo "Ciao, Core", quando Enrica ironicamente gli dice di non fidarsi degli astemi). 

Il padre di Dante (che era stato centrale in Nascondino) non riconosce invece Mercurio, ma l'elemento che più stupisce è lo stupore di Loi alla rivelazione di una banale crudeltà infantile del figlio, che si accanisce sulle lucertole (73.iv). Il destino di trovare sempre un nuovo assistente con un'ombra? Probabile: comunque, già il ragazzino Ennio, nel n.1, era ricompensato da Tarcisio col dono di una lucertola in gabbia, creando una nuova simmetria con le origini.

La scelta di un nuovo nome, “Santacroce” (87), può essere connessa alla genesi ormai compiuta di Ottone come nuovo arcinemico, sostitutivo di Spada ormai giunto al suo pieno declino (Santa Croce come tomba ideale dei grandi italiani è al centro dei Sepolcri del Foscolo, che scompare in quegli anni - nel 1827 - ma forse c'è qualche sfumatura che ignoro).

La setta degli uomini-uccello che Ottone fonda, è invece un possibile rimando a Birdman, cruciale e cupa riflessione filmica sul supereroico, ma crea una circolarità con la prima setta di Tarcisio, uomini-lupo di derivazione romana (come gli uccelli rimandano invece al rito degli Auguri).

Torna la famiglia di Tarcisio che avevamo visto nel primo numero, e si ha così l'ormai attesa chiusura circolare anche di tale vicenda e, di fatto, della serie.



Anche la vicenda di Mercurio si chiude circolarmente. Se la cover ricordava Watchmen, come pure numerosi stilemi introdotti, la chiusa pare rievocare la morte del Nite Owl originario. Il destino di Mercurio è lasciato volutamente ambiguo: appare nel tema del morto in una pozza di sangue (frequente nella serie) in 96; poi, come ogni eroe seriale, si scopre - ma ormai, qui, in modo insistitamente e ironicamente convenzionale - che erano le classiche "ferite superficiali" e l'eroe si ritrova nella situazione iniziale dell'albo originario, quello in bianco e nero delle storie, legato col suo nuovo "Robin" a una colonna (il tema è così topico che ritorna nella cover del Club degli Intelligentissimi).



Si chiude così, dunque, il più innovativo fumetto italiano di questi ultimi anni '10: una riscrittura ironica ma raffinata e complessa di tre pilastri della cultura popolare: Holmes, Batman e il giallo come macro-genere bonelliano. Di fatto, un'operazione simile - anche se naturalmente diversa, cambiando l'oggetto - a quella decostruzione operata da Moore sul supereroismo americano in "Watchmen". 

Se Moore infatti decostruiva il dinamismo del montaggio supereroico con una rigorosa griglia a 9 caselle, Bilotta non contrasta, ma mantiene la griglia 2 X 3 del fumetto bonelliano, ma la smonta dall'interno con variazioni sottili (vedi, per puro esempio, L'uomo orizzontale) che ne danno una nuova interpretazione personale della griglia come labirinto. Una posizione già data da altri autori (in primis, Sclavi), ma che in Bilotta ha una sua indubbia originalità, e un postmoderno diremmo più rigoroso e sistematico.

Ci tornerò sopra, magari, in una disamina a più ampio raggio sul tutta la serie; in attesa degli sviluppi del nuovo fumetto di Bilotta che, ovviamente, attendo con grande interesse.






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