PD5S



E così è decollato il governo PD5S, per cui avevo immaginato il logo di qui sopra, in grado di fondere il simbolo storico del PDS con le cinque stelle. Governo giovane, il più giovane della repubblica, ma contro le attese molto poco femminile, appena 7 su 21. Un terzo: poco, decisamente. Ma vediamo il dettaglio.

Innanzitutto si distingue il Conte di Salina, il novello gattopardo, che riesce a passare con disinvoltura da un governo al suo opposto, restando immobile Punto Fisso del cosmo politico italiano. Ci si potrebbe attaccare il Pendolo di Foucault. L'immagine di Conte che, con beffarda autoironia, si passa il campanello del premier da una mano all'altra (da sinistra a destra però: il contrario sarebbe stato ancor più simbolico) è un'immagine perfetta della situazione.



Assieme a Conte restano solo due ministri del vecchio conio. Bisogna che tutto cambi perché tutto resti com'è.
Bonafede, alla Giustizia, il grande sponsor, pare, di Conte premier; e Costa, all'Ambiente (non dei Costa famosi per noi di Mondovì), di posizioni nettamente ambientaliste che, nell'era di Greta Thumberg, vanno benissimo (meglio ancora nella nuova versione di sinistra).  
I 5S mantengono anche i rapporti col parlamento, con D'Inca, e Fraccaro come sottosegretario del presidente del consiglio.

L'ironia di queste ore sottolinea la tautologia di una presunta "buona fede" alla Giustizia, di un Costa che tutela le coste, l'unico LEU, Speranza, alla Sanità e Guerrini alla difesa, nella quota dei dieci ministri PD, in perfetto bilanciamento dei 10 5S. C'è anche uno Spadafora (5S) allo Sport - si suppone favorirà la scherma, e del resto di schermaglie se ne intende, avendone avuta più d'una col rottamato Pillon, sui temi del Gender.




Su tale tema, comunque, è il PD ad essersi avocato l'iniziativa: la Famiglia passa dai custodi del congresso di Verona a Elena Bonetti, renziana, come lui proveniente dal cattolicesimo scout, docente universitaria di matematica, in grado di conferire l'aura della scienza e la legittimazione della chiesa neo-francescana al riconoscimento dei temi del Gender, su cui si è espressa favorevolmente in passato.

Resta anche Di Maio, ma spostato dal Lavoro agli Esteri. Un campo pericolosissimo, da far tremar le vene e i polsi a personaggi molto più competenti. Zingaretti, l'altro padre di questo governo - con molte insigne levatrici alle sue spalle a spronarlo - se ne è tenuto ben lontano. La formula "governo MaZinga", che molti hanno usato per ironia giornalistica, esprime bene il contrasto interno: MaZinga, nell'originale nipponico di Go Nagai, significa infatti Dio-Demone. Una contraddizione che però è il punto di forza del robot in lotta contro l'apocalisse: chissà che non porti bene anche all'inedito duo.

Al ministero del Lavoro, comunque, continua il presidio grillino con la madre del reddito di cittadinanza, Nunzia Catalfo.




L'unico nome di rilievo inserito nel governo è quello di Dario Franceschini, perfino segretario del PD nel 2009, prima di Bersani, che torna ai Beni Culturali dove era già stato con Renzi e Gentiloni, e viene visto da alcuni come potenziale regista occulto delle prossime mosse sul terreno, per proseguire il Piano Ursula a beneficio del PD.




Ma un nome di primo piano beneficia dell'accordo, ed è Gentiloni, il precedente premier PD, che va a rappresentare l'Italia in Europa, il sigillo perfetto, potremmo dire, della riuscita del Piano Ursula iniziato col voto congiunto del PD5S in favore di David Sassoli (PD) a presiedere il Parlamento Europeo.


Gentiloni del resto è l'erede di un vero Conte, il Conte Gentiloni, che portò i voti dei cattolici a quella vecchia volpe liberale del monregalese Giolitti, un maestro del vecchio trasformismo. Il suo ritratto come Giuanin Bifronte potrebbe essere del resto perfettamente calzante oggi per il nostro Conte. Oltre a Gentiloni, sulla questione Europa il PD ottiene anche Amendola, agli Affari Europei. Sullo sfondo, la presidenza della repubblica, il checkmate settennale del 2022, sempre vinto dalla sinistra dal 1992 a oggi (e anche stavolta sembra in dirittura di arrivo), per cui si pensa a Romano Prodi. Proposto già da Renzi (che con questo governo è tornato in campo), silurato dal fuoco amico che portò prima all'inedito regno di Giorgio II, poi a Mattarella, potrebbe vedere finalmente l'agognata consacrazione. Ovviamente, bisogna fare i conti con l'oste, ovvero il 5S. Ma Grillo e Prodi hanno una loro storia di sulfureo reciproco, se non apprezzamento, riconoscimento. Potrebbe essere possibile.





L'unico tecnico - quasi a mantenere la bilancia sul 10 a 10, all'apparenza - ha però un peso enorme.

La Lamorgese infatti occuperà lo scranno di Salvini all'Interno: già il ministero più pesante dopo il premier, e in questo caso cruciale data la centralità anche propagandistica che aveva assunto. E la Lamorgese non è una scelta neutra: gestisce l'emergenza sbarchi come capo di gabinetto di Alfano, agli interni, sotto Renzi; poi quando arriva Minniti con Gentiloni va come prima perfetta donna nella Milano di Sala, dove continua una linea politica più morbida sull'immigrazione.

In questa chiave salta anche la Trenta alla difesa, non senza polemiche: al posto il PD Guerrini, ex presidente Copasir, ente di controllo dei servizi segreti cui ambisce ora, pare, Salvini in persona (di norma è dato alle opposizioni).

Anche all'Economia va un PD, Gualtieri, che suona Bella Ciao alla chitarra come nella Casa di Carta, in modo da mandare in solluchero la sinistra, ma che in verità dev'essere piuttosto liberista data una discussione amabile avuta col comunista Rizzo, non a caso oggi uno dei pochi che non festeggia il nuovo governo.






Ai Trasporti è ovvio il saltare di Toninelli, il più bersagliato dei 5S della scorsa stagione, sostituito da Paola De Micheli del PD. Sulla Bellanova, sempre PD, all'Agricoltura, si addensano già le polemiche per il semplice diploma di terza media della sindacalista agraria.




All'Istruzione arriva invece Lorenzo Fioramonti, 42 anni (mio perfetto coetaneo), 5S, che scippa alla Lega l'istruzione: ambientalista come Costa, porterà questo spirito nell'Istruzione, probabilmente.


Agli Affari regionali va Boccia, del PD, celebre per essere sposato con Nunzia De Girolamodeputata di Forza Italia e ministra dell'Agricoltura con Letta. La coppia un tempo era la plastica rappresentazione del PD/PDL per i 5S, secondi solo, appunto, ai Letta, il nipote leader del PD, lo zio primo consigliere di Berlusconi (un po' come, dopo il crollo di Craxi, ci fu un governo Amato in cui il leader della sinistra era il braccio destro di Craxi, e Berlusconi, leader dell'opposizione di destra, il pupillo di Craxi).

Ad ogni modo, sic transit gloria mundi, e ora Boccia passa sotto silenzio.



E chiudo con due considerazioni sul Piemonte, che come spesso capita è un caso particolare. Nel governo più giovane della storia repubblicana (così pare) vanta due ministre piuttosto giovani, entrambe dei 5S, mentre il PD piemontese è stato fuori dai giochi (nonostante il Piemonte sia l'unica regione grossa del nord tradizionalmente un po' a sinistra).

Da un lato, Paola Pisano, l'assessore all'innovazione di Chiara Appendino a Torino (che, a quanto pare, ha rifiutato un ministero analogo), la mente di molte delle innovazioni torinesi - naturalmente accusate dai detrattori di essere solo una facciata di droni a coprire delle magagne strutturali. 

La buona vecchia Torino esoterica, con Appendino-Pisano, è l'esempio comunque migliore di quello che i 5S promettevano di essere: riformatori ad alta tecnologia in grado di dare "Comuni a Cinque Stelle", secondo i piani del compianto Casaleggio Senior (vedi qui il noto video di fantascienza politica con la sua visione del futuro).

All'opposto di Roma, il caso indifendibile della Raggi, dove il dissesto è tale da non poter essere usato in alcuni modo in senso encomiastico, la Torino dell'Appendino può ancora essere presentata come modello positivo, certo criticabile dagli avversari. Pare che addirittura si fosse proposta all'Appendino una carica di governo ed ella abbia rifiutato: potrebbe forse essere una forte candidata premier nel futuro (o magari, a questo punto, la Pisano stessa).




Dall'altro, Fabiana Dadone, mia concittadina monregalese, che ottiene la Pubblica Amministrazione scalzando Giulia Bongiorno, dove probabilmente si potrà similmente distinguere per innovazione informatica, secondo i principi dei 5S (se riuscirà, ovviamente, a smuovere un sistema così complesso, con tre milioni di impiegati). Magari non è nemmeno del tutto casuale, oggi come in passato, questo particolare tandem Mondovì-Torino.

E quindi sono - cautamente - soddisfatto, se non altro per il fatto che Mondovì torna ad avere un ministro nel governo, come le capita - con delle pause, è chiaro - fin dai tempi gloriosi di Giovanni Giolitti. Certo, l'età Giolittiana è stato un ventennio di storia italica; l'età costiana è iniziata col padre, nella prima repubblica, ed è finita col figlio (per ora), nel penultimo governo (l'attuale Costa non c'entra): lunghissima, ma limitata alla sfera locale, al limite piemontese (Costa, contro Valentini, sfiorò di diventare sindaco di Torino). L'età dadoniana suona malissimo, quindi direi che si apre l'Età Fabiana della politica monregalese. Vedremo col tempo la sua durata e la sua estensione: se le foto hanno una valenza simbolica, potrebbero esserci degli auspici per la sua importanza.





(Ah, dimenticavo) il simbolo di copertina, che vale come ironico incoraggiamento al Vis-Conte raddoppiato, è ispirato a una celebre incisione ermetica, in cui l'Albero della Sapienza ha come frutto Cinque Stelle)






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