Mauro Uzzeo, Arturo Lauria: Dylan Dog #416 - Il detenuto




Questo Dylan Dog 416 uscito il 30 aprile 2021, dal titolo "Il detenuto" è indubbiamente un albo cruciale per molti aspetti. Si lega, certo, alla fase delicata di un significativo aumento di prezzo, da 3.90 a 4.40 euro, cosa che coincide con la promozione legata alle medaglie celebrative per gli ottant'anni della Bonelli. 

Questo si associa a una copertina, come per le altre testate, volta semplicemente a mettere al centro l'eroe senza altri elementi, in questo caso colto iconicamente mentre carica la Bodeo. Una scelta - unitamente a una cover piuttosto affollata di elementi grafici - che forse sacrifica un po' l'eleganza grafica di Gigi Cavenago, che dà il suo meglio laddove può sbizzarrirsi in soluzioni quasi pittoriche. 

Non farò, come al solito, particolari spoiler sulla trama, ma consiglio a chi fosse interessato all'albo, in ogni caso, di leggere l'albo e poi tornare qui in seguito.




Divelto il cellophane, ci attende dunque una storia di Mauro Uzzeo, che oltre a una storia in un Color Fest e una, a fianco di Recchioni, per un almanacco, si era distinto per l'interessante "La fine dell'oscurità" (n.374) sul personaggio, coi disegni di Santucci.

Ma, innegabilmente, era abbastanza atteso e annunciato - almeno nella cerchia degli appassionati - l'esordio di Arturo Lauria ai disegni. Il suo stile si presta particolarmente a sedurre nei singoli disegni ad effetto, a forte contrasto chiaroscurale, anche al di là dell'inserimento in un albo. L'autore del resto punta dichiaratamente ad un approccio fortemente emotivo, coinvolgente del disegno.

Su Dylan Lauria si era già fatto conoscere cinque anni fa, su un Color Fest (dove tornerà a brevissimo, sul prossimo previsto a inizio maggio) di cui avevo detto qui.

Inoltre, anche se magari solo per la nicchia del fumetto, Lauria ha un profilo facebook interessante non solo artisticamente ma anche per le sue prese di posizione spesso ironiche e polemiche, unitamente a una venerazione cyberpunk per Elon Musk quale nuovo cristologico deus ex machina (letteralmente, questa volta, a differenza del teatro greco), che si collega anche alla sua cooperazione al progetto musicale Hell On Mask, cui partecipa come Dr. Brain.





In questo albo, per paradosso, va premesso che questa dimensione c cyber non entra in gioco direttamente. Magari in un futuro Dylan (magari già nel Color Fest?) potrà vedersi una declinazione più cyberpunk dell'orrore; tuttavia, essendosi chiusa l'esperienza degli "Orfani" (a meno di qualche ritorno in forma di "speciale") e ora anche quella del più recente "Odessa", sarebbe interessante vederlo sul cyberpunk bonelliano di Nathan Never - ovviamente, con una sceneggiatura che gli consenta di profondersi in una adeguata e nerissima raffigurazione del Black Mirror prossimo venturo.



Ma veniamo all'albo in oggetto. Come chiarisce già il titolo, "Il detenuto", abbiamo una storia che porta Dylan ad esplorare l'universo carcerario. Tema ricorrente nella testata, legata al suo storico antiautoritarismo già del creatore Sclavi, ma anche fatto propri da altri autori, da "I peccatori di Hellborn" di Faraci e Roi o "Necropolis" di Barbato e Freghieri, per citarne due.

Qui la declinazione del tema è comunque chiaramente personale nelle mani di Uzzeo e Lauria: cominciamo con un Dylan molto frizzante, a cena con la fidanzata del mese, Ilary. Dylan esalta alla riottosa partner la grandiosità dell'horror francese (tra cui Martyrs, che verrà ripreso all'interno della storia) e del "torture porn". Sembra di rivedere all'inizio un po' il Dylan provocatorio e cialtrone del Ciclo 666, anche se la lavorazione dell'albo da parte di Lauria risale al 2018 (e quindi presumibilmente prima per Uzzeo).

In ogni caso non sapremo mai quale film sentimentale con Bradley Cooper rischiava di vedere il povero Dylan, perché il destino lo soddisfa e vedrà la sua variazione sul tema di Martyrs: dall'interno, ovviamente.




I poliziotti spietati che minacciano - con una situazione classica - l'homeless da loro sorpreso (lo stesso Lauria ha dichiarato di essersi ritratto nel personaggio, che appare a p. 9) introducono fin da subito, già visivamente, la discesa nell'orrore kafkiano dell'universo carcerario. Le divise, più evocative di un possibile totalitarismo che della ordinaria polizia inglese, e l'aspetto innaturale, cadaverico o comunque non umano, segnano fin da subito l'ingresso nel territorio del fantastico concedono presto a Lauria l'occasione di sfoggiare la sua propensione per un inquietante espressionismo, culminante in una tavola 19 che conduce a una dissolvenza al nero.

Per quanto questo tipo di uso del bianco e nero a contrasto totale abbia ovviamente una vasta tradizione - online si sono letti i nomi di Eduardo Risso, Frank Miller (tav. 21, qui sopra, può per certi versi suggerire certe situazioni di imprigionamento del primo Sin City), Mike Mignola, ad esempio qui; altri parlano del croato Danijel Žeželj - e sicuramente, andando a rebours alle radici di questa scuola, possiamo citare anche Alberto Breccia: più che altro per offrire qualche nome di riferimento al lettore per future esplorazioni della "maniera nera" del fumetto.

Ma una certa naiveté artistica istintuale di Lauria è indubbiamente il suo punto di forza, perché la sintesi che offre è indubbiamente personale, e quindi è relativamente significativo cogliere gli echi inevitabili.

Forse il contrasto sarebbe spiccato ancor di più con una scelta luministica più chiara nella parte ancora "ordinaria" del racconto che precede l'incontro. Oppure, dato che nel corso del ciclo 666 si erano usati più disegnatori nello stesso albo, mi viene da pensare che, forse, sarebbe stato anche interessante vedere la discesa nell'incubo introdotta dai disegni di Lauria affidata un disegnatore realistico più tradizionale nella parte "nel mondo ordinario".

L'universo carcerario offre comunque, appunto, lo spunto per un salto ulteriore nell'inquietudine della rappresentazione, e appare accentuarsi il gusto - ben supportato da Mauro Uzzeo, che offre al disegnatore ampio margine in questo senso - per tavole di grande effetto singolo, al di là della loro valenza nella storia che comunque, ovviamente, costruiscono. Prese a sé, idealmente senza i balloon di testo, le tavole potrebbero essere quasi altrettanti quadri, o magari incisioni cupissime in xilografia (lo stesso Lauria, via fb, mi ha poi confermato che durante la realizzazione era affascinato dalle opere di Kathe Kollwitz ed Otto Dix)


Kathe Kollwitz, "People" (1922)


Otto Dix


La storia appare tra le più coerenti con la svolta del Dylan 666: testi asciugati all'essenziale in favore dell'azione o comunque di una concezione, per Bonelli, fortemente visuale dell'albo, con artisti dal segno "sperimentale" per la testata (in linea con quanto, in precedenza, fatto spesso sul Color).

Stanti anche le date di lavorazione, la connessione a quell'universo narrativo è minima, e pagina 25 è uno dei pochi collegamenti con la nuova continuity. 

Uzzeo fa giustamente entrare in gioco la claustrofobia classica del personaggio (26-27), cosa che offre il destro per la sequenza "in verticale" di 28-31. Particolarmente efficace, perché sottolinea un punto di forza visivo dell'albo: l'uso della gabbia bonelliana per rendere l'angoscia della segregazione.





La gabbia bonelliana infatti, pur usata in modo libero e variato dal duo Uzzeo e Lauria, evoca automaticamente un certo senso di chiusura (che si collega anche al nome "gabbia", "griglia" che le è associata) rispetto a forme compositive più ariose che, nel tempo, ha recepito senza però farsi totalmente trasformare (in questo Orfani, dove anche Uzzeo si è confrontato ulteriormente col bonelliano, è un momento significativo). 

Qui questo senso di chiusura, unito all'uso generosissimo e ad effetto dei neri di Lauria, è perfetto a calarci nel pozzo nero di una prigione senza uscita. Annoto che, stando a quanto affermato da Lauria su facebook, l'oscurità con cui è reso il volto di Dylan si collega anche all'iniziale scelta di mostrarne il volto tumefatto (forse un più chiaro rimando a tragici fatti di cronaca...) che è stata poi corretta.

Curioso inoltre, tornando al discorso sulla griglia, che l'unica gabbia "pura" (nella forma "squadrata" resa tipica da Berardi su Julia) è quella di p. 91, che è l'unica tavola che evoca un senso di liberazione.

Efficace, inoltre, è spesso anche l'uso della griglia a nove vignette, ideata da Moore nel suo Watchmen (dove torna anche il tema del carcere, tra l'altro, sia pure "a margine" nella storia principale, con la detenzione di Rorschach), con analogo effetto di costrizione visuale, sbarre che riquadrano la finestra che ci separa dal mondo dylaniato al di là della tavola.



Già a pagina 36, l'avvio delle domande sempre uguali e reiterate introducono implicitamente il tema del testimone, trattato nell'albo in modo intenzionalmente polisemico. In fondo, il sistema chiede a Dylan (o al suo prigioniero) di farsi "testimone" contro sé stesso, con la confessione come prova regina secondo il sistema inquisitoriale (e così la tortura, quella esplicita del sistema antico o quella implicita dei sistemi moderni, diviene mezzo legittimato dal fine).

Il foglio di carta bianco che viene dato a Dylan (38-39) dato potrebbe avere una valenza kafkiana: come nel Processo, Dylan non sa perché è imprigionato, e il documento potrebbe essere una notifica priva di senso. Ma, al tempo stesso, mi ha fatto pensare di nuovo a Moore, in questo caso "V for Vendetta". Lì il messaggio passato da Rose (in verità, passato da V stesso, il carceriere) aiutava Eve a sopravvivere al carcere: qui il messaggio è vuoto, non c'è nessun aiuto nel resistere al non senso della detenzione.

A p.41, l'esaltazione del martirio nelle parole di Eusebio da Cesarea segna un nuovo gradino nella discesa verso il nonsenso. Appare il rimando al concetto di "testimone" (43), che è subito abbastanza chiaro a chi ne conosca l'equivalente greco.





Il passaggio di metà albo, intorno a p. 51-52, esce definitivamente dall'orrore del reale e ci conduce nel delirio orrorifico in forma propria. Da notare il tema dello "spingere" che torna più volte, in connessione con la scena originaria, nel mondo esterno, dove il poliziotto spinge brutalmente Ilary, e Dylan reagisce spintonandolo, dando il via alla sua detenzione.

Le creature inquietanti che appaiono a Dylan e al lettore da questo punto in poi sono tratte dall'opera di un fotografo come Joel-Peter Witkin (n. 1939). Uzzeo ha dato loro un nome e le ha inserite nella storia, come bizzarri servitori della Madre dell'albo, quasi come i cenobiti di Hellraiser (ma la loro natura è sottilmente diversa).

La Madre


La Bella


Il Gordo (notiamo che ha anche la corona di spine che avrà un ruolo nella trama)


Il monco


Il Santo


La Sposa Bambina


Il dylaniarsi dei corpi, a parte l'elemento disturbante visuale, è allegoria pregnante della "spoliazione della propria pelle" in carcere, la deprivazione radicale dell'identità (l'acme dell'orrore carcerario è il lager, dove la pelle viene tatuata, e quindi simbolicamente espropriata alle sue vittime). Il cucchiaino come arma introduce un certo alone surreale, associato all'idea del cibarsi dei prigionieri innocenti ("voglio mangiare un brivido!" chiede a p. 56 il Santo), ma il cucchiaino è anche un'arma carceraria tipica, affilato sulla mola delle sbarre. Lo scuoiamento è comunque una tortura estrema spesso evocata dall'horror: in tempi recenti, “Lost River” (2014) di Ryan Gosling, ad esempio.

Il tutto si associa qui a un'ulteriore dilaniarsi della griglia, che dalle sbarre carcerarie del modulo 2X3 (già variato in tutte le sue forme) si segmenta in brandelli più piccoli (55, 59) che culminano nella disturbante tavola 58.





La doppia splash di p. 64 e 65, forse con citazione della "Ronda dei carcerati" di Van Gogh, ci introduce a quella che ci pare quasi una nuova Mater di stampo argentiano, dopo la Mater Morbi e la Mater Dolorosa del curatore Recchioni: la Mater Carceris, potremmo dire (l'albo la chiama semplicemente Grande Madre). Torna il tema dello spingere: quando il Santo spinge Dylan, che è un Testimone come detto, la Principessa Bambina lo punisce. 

Dylan è risospinto nel cerchio dei prigionieri, con una citazione da "L'ora d'aria" di De André (p.70, "gli altri vestiti uguali"), tratto dal suo "Storia di un impiegato" (1973). Un rimando al celeberrimo concept album - il primo apertamente politico - del cantautore, che ricostruisce la storia di una ribellione individualistica e la sua fine nella carcerazione (in modo ovviamente diverso, è riecheggiata in questa "Storia di un Investigatore Privato").





La valenza cristologica dei testimoni è palesata in 71, quando il Testimone giunto alla visione del suo destino viene coronato di Spine. Dylan, di nuovo, spinge Gordo durante la cerimonia, e viene punito.

Un amico, acuto osservatore del fumetto che però non ne scrive, preso com'è da altri progetti, coglie un possibile riferimento al Chris Cunningham di “Come to daddy” (per Aphex Twin). Autore, tra l'altro, amato da Lauria. Ma vi è - in tema religioso - anche il rovesciamento dell'ideale della Madonna della Provvidenza, come quella di Piero della Francesca nel Rinascimento italiano, che salva tutti sotto il suo manto: qui l'amore della Grande Madre oscura è invece foriero di morte. Dato che la Mater Dolorosa era mariana, e Dylan cristologica nel relativo albo di Recchioni (vedi qui) questa contrapposizione funziona bene (Mater Morbi, in un ruolo leopardiano di natura matrigna, si pone come intermedia tra le due, se proprio vogliamo collocarla nello schema).









I nomi dei martiri consacrati a questa Grande Madre sono, naturalmente, personaggi reali, come si intuisce: George StinneyCarlos DeLuna, ma anche il cinese Nie Shubin.


Per tale ragione, anche se presumo sia involontario, mi piace pensare alla figura di questa Mater Iniūstitiae anche come rovesciamento della Giustizia che appare sul frontespizio di "Dei delitti e delle pene" (1764) di Cesare Beccaria, che rifugge con sdegno al tributo delle teste mozzate che le offrono i barbari.




Proseguendo, la condanna della pena di morte si estende anche a condanna dell'ergastolo: a p.90, Dylan dichiara "Non deve esistere una prigione per cui non sia prevista un'uscita"). 





La citazione del Prisoner 709 di Caparezza per mano di Lauria che anticipa tale affermazione non è quindi un mero virtuosismo, ma evoca se vogliamo un molteplice rimando: da un lato, a livello alto, la lirica parla anche del caso Cucchi:


Chiudi un occhio quindi gioca a dardi con il mio di volto non di Giovanardi /  Io copia fisica, in custodia cautelare rigida o digipack


Con riferimento al politico che intervenne ai tempi sulla questione.

Ma c'è anche uno dei frequenti omaggi di Caparezza al fumetto, e al fumetto nerissimo e cattivo che, siamo sicuri, Lauria apprezza (del resto, un fumettista e un musicista condividono appunto "il titolo di studio stampato su copertina", dell'albo o dell'album, la loro vera prova del nove).


Musica pericolosa per finta: strisce di Kriminal / Ho un titolo di studio stampato su copertina


E la canzone stessa è legata all'ergastolo (nel doppio piano: l'ergastolo della vita, ma anche quello non metaforico, carcerario):

Seven (seven-oh-nine), oh-nine (quiete non hai) / Dal fine dell'hi-fi, alla fine pena mai

Insomma, il Prisoner 709 e il Policeman 409 (vedi La Fiamma) si incastrano in modo perfetto. E forse "sognare una vita senza gabbie" (92) ha di nuovo una valenza anti-carceraria forte, ma anche una meta-narrativa: Dylan può sognare, ma se anche uscirà dal carcere materiale, non uscirà dal carcere esistenziale della sua prigione di carta. Ma - è il suo punto di forza - non smette di sognare di farlo.

Il finale a sorpresa prelude al prossimo albo, che sarà disegnato da Angelo Stano su sceneggiatura di Barbara Baraldi (una transizione di indubbio prestigio per Lauria). 





Volendo, la conclusione potrebbe funzionare anche come classico "finale aperto" (secondo il concetto che ogni Dylan Dog avviene in un suo universo separato, cosa che rende possibile la "morte di Dylan" in alcune storie). Forse, come gli ha profetato la Grande Madre, questo Dylan è davvero destinato a divenire uno dei suoi figli, unendosi all'eterno "urlo degli innocenti".






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