De Verniis Mysteriis

 


Da tempo volevo leggere "Parigin nel XX Secolo", opera importante di Jules Verne, padre francese della fantascienza. Nato nel 1828, l'autore francese più tradotto al mondo aveva iniziato il suo lavoro come librettista d'opera, entrando poi nel Teatro Storico dei Dumas (che viene qui forse satireggiato nel Grande Emporio Drammatico?).

Il passaggio alla scrittura romanzesca avviene nel 1862, con l'incontro con l'editore Hetzel e la pubblicazione di "Cinque giorni in pallone" (1863), sull'amico Nadar, importante fotografo dell'epoca e pioniere dell'aerostato, a cui sarà ispirato anche l'eroe del "Viaggio sulla Luna", l'opera celeberrima di Verne per via della mediazione del film di Melies (anche "Giro del mondo in 80 giorni", che non ha viaggi in pallone nei mille metodi di viaggio utilizzati, ha sulla cover di molte edizioni una mongolfiera, che "fa molto Verne").





Hetzel contribuì al successo di Verne con copertine meravigliose, che sono alla base ancor oggi dell'estetica steampunk dopo un recupero tardivo. Come seconda opera, Verne gli propose questa "Parigi nel XX secolo", ma Hetzel la rifiutò, istigando Verne ad ampliare invece il filone dei "viaggi fantatici". L'opera rimase nel cassetto e venne poi pubblicata tardissimo, solo nel 1994.

La cosa è interessantissima, perché Verne è associato tout court a una visione positivistica, che in effetti gli fu importa di fatto dall'editore: storie su viaggi meravigliosi consentiti dal progredire della tecnologia, che è in fondo tutto il filone "aureo" della science fiction nella sua età ingenua, guardata con melanconia ancora oggi.

Ma il Verne del 1863, in realtà, guarda al futuro come un mondo estremamente cupo, ponendosi al limite all'altro estremo della banda: non "integrato", ma "apocalittico", per usare lo schematismo di Eco.

Il romanzo si sviluppa dal 1960 al 1962 (cento anni nel futuro, quindi). Le sue profezie sono presentate, convenzionalmente, come "sorprendenti", secondo la classica retorica della riscoperta. Ma, in effetti, sono molto interessanti.

C'è ormai una istruzione di massa, fin eccessiva, che ha prodotto un surplus di manodopera intellettuale ("Non c'era figlio di contadino declassato che non aspirasse a un ruolo nell'amministrazione", ci dice Verne fin dalla prima pagina). Sembra di leggere in parte il Ventura della "classe disagiata": ma non nell'addentellato letterario.

Sotto Napoleone V, il potere industriale è riuscito infatti a controllare l'istruzione e a favorirne uno sviluppo ipertecnico (un po' come oggi Confindustria e Fondazione Agnelli spingono con forza, anche giustamente, sulle materie STEM). 

Latino e greco sono lingue "morte e sepolte", e gli umanisti, pur residuali, comunque "si gettano a capofitto nella mischia dei giornalisti e degli autori" sprezzando l'insegnamento, di solito con scarso successo come il protagonista Dufrenoy (ritorna un sentore de "La classe disagiata").

Dufrenoy infatti vince il premio per la poesia latina, che gli ottiene un premio di consolazione e molte risate di scherno dai tecnofili che assistono alla premiazione. Il tutore - è orfano - similmente lo sprezza e gli propone un posto in banca.

Un sistema di treni metropolitani efficientissimi gestiti dalla Società delle Catacombe (che sarebbe piaciuta all'Eco del Pendolo), mentre in banca ci sono avanzatissimi calcolatori meccanici e si comunica con un fototelegrafo (ogni casa ne ha uno) che trasmette all'occorrenza immagini e testi. Sembra davvero il mondo alternativo di "La macchina della realtà", il romanzo di Gibson-Sterling che fonda lo steampunk chiudendo il cyberpunk, nel 1991). 

Dufrenoy prova almeno a comprare libri, ma anche gli scrittori dell'Ottocento, da Hugo a Balzac, sono dimenticati e gli propongo al posto degli autori tra il Futurismo e la fantascienza, con titoli come "Armonie elettriche". Con pochi carbonari oppositori schernisce una poesia sul treno che pare l'Inno a Satana di Carducci, uscito per sincronicità proprio in quel 1863.

Anche la "Musica contemporanea" è a tema scientista-positivistico e ha rinunciato a ogni piacevolezza del suono. Le cattedre di lettere, infine, saranno soppresse nel 1962 (tocco ferro, anche se Verne per ora non è stato buon profeta) e perfino la guerra ha perso la sua - discutibile, ai giorni d'oggi - poesia: nell'era delle macchine, i soldati sono dei meccanici, l'ardimento non conta più nulla. Anche la famiglia va disgregandosi sotto la pressione della società industriale.

Al di là di una certa noia del romanzo (tutto questi ci è dato tramite lunghe geremiadi tra gli ultimi passatisti, i quali si abbandonano a un costante "O tempora o mores" tra sparizione della cultura classica e diffusione di una nuova diavoleria elettronica: ok, boomer dell'ottocento) il quadro che Verne traccia dimostra oggettivamente una certa capacità intuitiva.

Le cose si mettono illusoriamente in movimento nel finale, quando il protagonista lascia la banca e si impiega presso il Grande Emporio Drammatico, scoprendo di aver lasciato una prigione industriale per un'altra, un mondo che sforna commedie e tragedie in modo puramente meccanico, che ricorda un po' il modo in cui vengono scritte "dal computer" in 1984. In un mondo meccanico, anche quello dell'intrattenitore è un lavoro automatizzato, e scrivere un dramma (una serie tv, un fumetto, un romanzo commerciale o un meme) è sottoposto a regole rigide per catturare il pubblico.

Dufresnay muore malamente, fissando con odio e intenti distruttivi i palloni aerostatici armati di parafulmine, che difendevano il clima della Parigi futura. In modo abbastanza testuale, è un'immagine alla Blade Runner, ci manca solo il cielo come un telegrafo mal sintonizzato e siamo nel cyberspazio.

Ma Verne, probabilmente, in quei palloni frenati sta citando sarcasticamente il romanzo d'esordio, magari già intuendo che sarà costretto a ripeterlo uguale, invece di potersi abbandonare alla estrapolazione sociologica che gli interessa. Il Grande Fratello del positivismo è un severo maestro: e se magari può tollerare che Verne non lo ami, certo lo costringe, economicamente, a scrivere per lui.


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